Dalla contestazione giovanile del ’68 a oggi: sessant’anni dopo, la speranza è ancora nei giovani
La contestazione giovanile del 1968 fu un “movimento politico” e forse il momento più alto della partecipazione politica della gioventù alla “cosa pubblica”. Ebbe, come tutte le cose, una sua gestazione, nata nella scuola pubblica. Ho ricordato la mia personale esperienza al primo sciopero degli studenti dell’Istituto Tecnico Mattei, nel novembre o dicembre del 1967.
Sono passati circa 60 anni e forse, a distanza di tanto tempo, se c’è ancora un poco di cervello – e assicuro che a 77 anni c’è – si può essere onesti con se stessi. Porsi le domande fatali: cosa eravamo allora? Facemmo sciopero per non andare a scuola? Un “filone” collettivo per ridere fra noi? Un’occasione per avere un incontro con la nostra ragazzina dai capelli biondi, che ogni giorno aspettavo all’ingresso della scuola per farmi notare e per scambiarci un “ciao”, ammesso che ci degnasse di uno sguardo?
Quando sei anziano acquisti una sincerità con te stesso.
Ho riletto in questi giorni, ancora una volta, Le braci di Sándor Márai, trovandolo nuovamente stupendo nel racconto di una donna contesa da due uomini legati da un’amicizia ferrea: il vecchio generale, che aspetta da 41 anni il ritorno dell’amico traditore, il quale ha trascorso tutto quel tempo lontano dall’Ungheria, nelle zone calde dei Tropici.
Finalmente, per sapere perché ci fu il tradimento. Cristina, la donna contesa, chi amava dei due? È morta da 33 anni e il suo diario viene gettato nella brace, perché il segreto di Cristina non venga mai rivelato.
E allora, quei moti giovanili di 60 anni fa cosa volevano significare? Perché li abbiamo fatti? Cosa è rimasto di loro? Sono serviti a qualcosa? Gli ideali di quella gioventù erano forti? Sono ancora attuali?
Sessant’anni dopo, mi sento di affermare che facemmo quello sciopero perché avevamo concretamente l’obiettivo di migliorare la scuola, perché doveva servirci a migliorare il nostro livello di vita.
Allora, 60 anni fa, la parola “politica” non poteva entrare nella scuola. Eppure, fra noi compagni circolavano le idee, leggevamo i giornali, andavamo al cinema e facevamo il giornale studentesco, rigorosamente controllato prima della diffusione dal preside, il prof. Severo Scoti. La censura era “culturale”: il rimprovero rivolto a me, direttore, riguardava gli errori di grammatica e sintassi, non una delle idee espresse dai redattori.
Dalla scuola all’università
Quello sciopero al Mattei del ’67 si tenne in un contesto studentesco vivo nell’isola d’Ischia. Avevamo due organizzazioni “culturali”, l’ASI – Associazione Studenti Ischia – e l’OASI – Organizzazione Associati Studenti Ischia –, concorrenti nell’organizzazione di eventi culturali e artistici, quasi per stare in gara con i “grandi” o per crescere più rapidamente.
Dopo la scuola, il mio incontro con Napoli, con la Facoltà di Economia e Commercio in via Partenope e con l’esplosione del Movimento Studentesco, nella primavera del 1969.
Scioperi, manifestazioni, occupazione della facoltà. Ma lo facemmo per avere gli esami regalati? Perché volevamo un “18 politico”? No. Volevamo un’università migliore, perché sapevamo che ci aspettava un mondo del lavoro difficile e complesso. Da qui diventava obbligato il passaggio alla “politica” e alla discussione sul libro di Herbert Marcuse L’uomo a una dimensione, cioè sul neocapitalismo che imperava nell’Occidente chiamato “mondo libero”.
Ma che “libertà” c’era se alla libertà di pensiero non veniva unito il diritto al lavoro?
La nostra era una facoltà di Economia e Commercio e studiavamo da John Stuart Mill, con il suo testo La libertà, alla Teoria generale di Keynes, passando per Il Capitale di Karl Marx.
Ma tutta questa teoria si racchiudeva nella richiesta del diritto all’assemblea, del diritto a partecipare al Consiglio di Facoltà, del diritto agli esami mensili e nella richiesta di liberalizzazione dei piani di studio, con i 23 esami obbligatori e i due complementari.
Poi volevamo la mensa per la nostra facoltà, poiché era impossibile andare alla mensa di Mezzocannone, presso l’Università centrale.
Le assemblee si tenevano nell’aula n. 1, la più grande della facoltà, capace di ospitare 300-400 studenti, per le indimenticabili lezioni dei professori Domenico Amodeo, Giuseppe Palomba, Augusto Graziani, Mariano D’Antonio e Claudio Napoleoni, che, pur nella contestazione, godevano di un prestigio enorme ai nostri occhi. Nessuno, proprio nessuno, osava contestarli sul piano della scienza e del prestigio del sapere.
Discussioni di alto spessore. Democratiche “richieste di parola” rivolte al presidente dell’assemblea. Nomina democratica della “Commissione per il documento finale”, come se noi “colleghi” dovessimo scrivere la Costituzione della Repubblica!
Il Movimento Studentesco del ’68, che durò almeno sei anni, produsse una seria riforma dell’università. Molte richieste furono accolte.
Il clima politico della svolta di centrosinistra, con la forza propulsiva del PSI di Nenni, De Martino, Brodolini, Pieraccini, Lombardi, Giolitti, Ruffolo, Mariotti e Mancini, produsse lo Statuto dei Lavoratori, i contratti collettivi, il decentramento amministrativo e democratico della Repubblica con l’istituzione delle Regioni, i decreti delegati della scuola, con la partecipazione degli studenti e delle loro famiglie, la prima riforma ospedaliera di Mariotti, per avere almeno gli “ospedali zonali”, come divenne il nostro “Anna Rizzoli”, e la riforma urbanistica del ministro Mancini, con l’obbligo per tutti i Comuni di dotarsi del Piano Regolatore Generale e dei Piani Pluriennali di Attuazione.
Credo che il Movimento Studentesco abbia contribuito notevolmente alla costruzione di una democrazia avanzata e abbia accelerato l’attuazione della “Costituzione programmatica”, di cui discutevamo nella nostra facoltà.
Certo, ci furono luci e ombre, come in ogni storia vivente. Qualcuno uscì fuori dal seminato della democrazia. Qualcuno deluse, e molto.
Ed oggi? Sessant’anni dopo?
Oggi è più difficile di ieri
Oggi viviamo il momento più drammatico dalla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945.
Nel ’68 vivevamo una fase di forte espansione del neocapitalismo, che comunque offriva molte opportunità ai giovani. Molti “contestatori” di allora diventarono grandi manager della piccola o grande impresa industriale e commerciale, dirigenti di imprese e banche d’affari, politici professionisti che pensarono più ai fatti propri che a quelli del popolo.
La “guerra fredda” garantiva equilibri sempre instabili e pericolosi, con “guerre locali” lontane dall’Europa. Tramontavano gli imperi coloniali e due potenze governavano il mondo: gli Stati Uniti e l’URSS.
Oggi, nell’era dell’informatica e della telematica, il capitalismo è l’unico sistema al mondo e un uomo, con i satelliti che mi permettono di scrivere su questo telefonino, è più importante di un uomo di Stato.
In questo mondo, io, a 77 anni, vivo ancora, sopravvivendo ai figli e innamorato dei miei nipoti.
Sono rimasto colpito, con una commozione misurata, non da vecchio ma da uomo sincero con se stesso, dagli ottimi interventi delle studentesse Chiara Di Meglio e Gabriella Guarracino, che hanno spiegato la loro contestazione studentesca.
Ho ammirato il loro perfetto italiano, la proprietà di linguaggio, la misurata consapevolezza dei problemi sociali ed economici che tutti noi affrontiamo nelle nostre famiglie. Ho ammirato la concretezza estrema con cui hanno avanzato la richiesta di una scuola migliore.
Sono “colleghe” e mi sono perfettamente riconosciuto in loro.
Ma, in particolare, mi ha colpito Gabriella Guarracino, che ha detto: “Siamo la futura classe operaia”.
Non sentivo da almeno 30 anni un richiamo alla “classe operaia”, come se fosse una terminologia desueta, fuori tempo e fuori moda.
E invece questa affermazione è l’annuncio e la denuncia di una gioventù nella quale ripongo un’immensa fiducia, perché, anche quando guarda lontano, non perde di vista il presente.
Il giusto cammino della Storia ha speranza.
G. M.